QUASI MA NON TUTTO

Era come adesso, poco più di un anno fa. Ritornava l’estate, nella transumanza delle stagioni. Stagione adorata. Sole, caldo e il profumo di vita che porta con se. Ci eravamo già conosciuti, tra banchetti promozionali e bandiere bianche che sventolavano libertà. Tu nelle tue camicie a righe tutte uguali. Maniche rigorosamente rimboccate, cravatta assente.
Poi quella presentazione di materassi matrimoniali. Raccolta fondi per uno scopo nobile. Ti ho chiesto di fingerti mio marito. Hai accettato.
I libri, le lunghe chiacchierate. Scambi di lacrime e di baci. Abbiamo vite difficile e sogni comuni.
Oggi è poco più di un anno. Non abbiamo una casa, dove abbracciare sogni e portarli a dormire. “Basta, ehilà e falla finita”, riempiono lo spazio che ci separa, come la noiosa ripetitività di un quotidiano da smaltire nei rifiuti del secco non riciclabile.
“Quasi tutto, ma non tutto”, questa è stata la tua rigida risposta.
Sono seguiti mesi di confino da un amore che pretendeva spazi senza limiti.
Oggi è una bellissima giornata d’agosto. Il suono ondeggiante delle betulle, allineate come soldatini lungo il fossato vicino casa, mi culla come una sonata di Satie.
Mi ha telefonata papà. “Come stai, topo?”
“Tutto bene papà”. Avrei dovuto dirgli la verità ma lui non ha mai voluto saperla.
“Niente può asciugare le tue lacrime, tranne la tua stessa mano”. Proverbio Zulu.
Oggi è bel giorno per dire basta. I cani dormono al sole, la musica riempie gli spazi di speranza.
Devo raccogliere idee per raccontare la mia nuova impresa: un cortometraggio.
Una volta hai detto che ti piacerebbe visitare Parigi con me. La città dell’amore.
Oggi sarebbe stata una bella giornata per viaggiare.

Wenosky

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“Sto pensando a quei cani”

Oggi è il suo compleanno. Gli ho fatto gli auguri, tra un caffè per due e la spazzatura, che resta lì a osservarci in attesa della separazione definitiva. Me ne sono ricordata. Mica come lui, che dopo due giorni dal mio compleanno mi dice:”Scusa, mi sono dimenticato”.

Sto aspettando che inizi la giornata, ingessata ad una sedia che mi costringe a rallentare il ritmo. Dal basso in alto, sembra tutto inarrivabile. Fatichi a prendere l’indispensabile, mentre potresti fare a meno anche di quello. Aspetto la signora delle pulizie, quella sostitutiva. Come nelle partite di calcio. Sì, perchè la titolare se n’è andata in vacanza. Già, siamo in pieno agosto e l’unica indifferente a pause, grigliate all’aperto e peeelin gratuito sulla sabbia, sono solo io. Non è che mi dispiacciano le vacanze, anzi, solo che preferisco la solitudine alle folle vocianti. E di questo tempi non hai scampo: o te ne stai rintanato a casa o ti butti nella mischia.

I cani continuano a dormicchiare, pigri nelle loro cuccie. Il caldo e la noia sono i loro padroni. Mentre esce dalla porta, ricordandomi che deve andare e non può perdere tempo con le mie carte, insiste a salutarli.  Nessuna reazione. Allora si innervosisce, alza il tono e li saluta di nuovo. Come si aspettasse un doveroso contraccambio. L’unico sforzo che ritengono di dover fare è quello di alzare il muso peloso e guardare.

Allora dico: “Non puoi pretendere che ti salutino a comando. Impara a salutarli ogni volta che esci. Si abituano alle gentilezze”.

Guardi anche tu. Guardi me. E ritrovo tutto l’odio che ancora non hai finito di esprimere.

Ogni tanto ripenso a Leo e Polda, i nostri primi cani. E piango. Mi dici che è ora di smettere.

“Sto pensando ai miei cani. A quella vita”.

Wenosky

 

La Casa del Dolore

Nella casa del dolore non ci sono finestre. Non ha tempo il dolore di guardare il sole.  Non ci sono comode poltrone ne un tavolo per mangiare. Fuori dall’uscio un cartello:”Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Un camino guarda all’ingiù, come le pieghe della bocca di un bambino che piange.

Vanessa è una ragazzina vivace, gioca e ride continuamente. Vuole una vita lunga come le farfalle da cui ha preso il nome. Con la sua carrozzina si infila ovunque ci sia qualcosa da scoprire. Il bosco dove vive confina con quella casa, da cui non esce mai nessuno. Un giorno Vanessa vede una piccola signora molto anziana uscire dall’uscio. È così curva che il naso tocca terra. Si appoggia a un bastone che sorregge il suo fragile corpo, mentre con l’altra mano cerca faticosamente di sistemare un piccolo vaso.

La ragazzina incuriosita e convinta che nessuno abiti quella casa, corre velocemente sulla sua sedie a rotelle per poter riuscire a parlare con quella donna, prima che sparisca alla sua vista.

“Mi scusi, signora”, Vanessa ha il viso arrossato dallo sforzo e il fiato cortissimo.

“Non ho visto mai nessuno uscire da questa casa. Non pensavo fosse abitata. Perchè fuori non c’è scritto il suo nome?”

La signora cerca di alzarsi il più possibile per poter guardare Vanessa negli occhi:” Cara, questo non è un luogo per te. È stato costruito per poter ospitare il dolore. Non ha nome. Nessuno lo vuole. Ho pensato di dargli rifugio. Nel bene e nel male mi ha accompagnato per l’intera vita. Ora sono vecchia, non ho più nessuno. Ho seppelito i sogni, ho cancellato le speranze. Ora posso dedicarmi interamente a lui.

“Scusi signora, ma la mamma dice che le persone non possono vivere nel dolore. Sarebbe disumano!”.

“Giusto!  Quando ero giovane come te anch’io lo pensavo. Poi un giorno arrivò. E come la forza di un grande oceano, spazzò via una giovane montagna lasciando dietro di sè solo morte e detriti. Quell’onda non si placò mai. Tornò più e più volte. Diventò una placida onda, come quella del mare in una tiepida giornata di maggio. Nessuna forza impetuosa. Mi insegnò a nuotare. Ho incontrato sardine ma anche balene. Devi allenarti altrimenti soccombi. Diventai una nuotatrice esperta.”

Vanessa si avvicinò alla signora, guardo il fiorellino che aveva appoggiato per terra e disse:” Questo fiorellino è nato grazie a lei. È vita che cresce. È la speranza di un mondo verde e profumato. Ora devo salutarla altrimenti mamma mi sgrida. Ci rivedremo”.

Girò le ruote della carrozzina, con tutta la grazia di cui disponeva, dirigendosi verso casa.

Il mattino seguente Vanessa giocava nel prato con il suo amico fedele quando sentì un odore nuovo. Alzò lo sguardo e vide uscire una sottile linea di fumo dal camino della casa del dolore: odorava di legna profumata. Accanto al portone all’altezza della finestra che non c’era, una tavoletta di legno sosteneva il vaso. Il fiore, dritto e colorato di indaco, si godeva le carezze del sole.

Wenosky

 

A volte muori e poi non resusciti perchè tuo padre non è dio.

Capita che hai voglia di morire. A volte è un desiderio autonomo, altre il prodotto di cause esterne. Come starei in una bella bara comoda? Di quelle imbottite col velluto rosso carminio e il legno lucido tirato a festa per l’occasione?

In realtà preferirei una bara stile “country”, di legno semplice: larice o pino. Però colorata! Eh sì, amo i colori e qualche bel fiorellino qua e là, genere margherita, rosso, giallo o verde, darebbe un sapore “hippye” al tutto. Figlia dei fiori per l’eternità!

A parte l’aspetto coreografico, nella bara si sta soli. E questo inevitabilmente riporta al tema centrale. Soli nella vita e soli nella bara. Un destino del piffero. Uno potrebbe avere il diritto di condividere la morte. Mettiamo il caso che nello stesso giorno muoiano altre persone nel raggio di 50/60 chilometri da dove abiti: perchè non pensare a un funerale collettivo?

Aspetti positivi della faccenda:

1 – I parenti dividono le spese;

2 – Potete avere un pubblico da stadio come delle vere rock star;

3 – Anziché arricchire il fioraio di paese, i soldi raccolti potrebbero essere utili per mantenere qualche profugo siriano.

Ma come dice Emil Cioran:”Soffrire produce conoscenza”. Quindi, se vi capita di avere pensieri come i mei, riflettete prima di levare le ancore.

È preferibile essere un cadavere ignorante o una persona viva ma eclettica? A voi l’ardua sentenza.

Da par mio, ho voglia di morire e mio padre non è dio.

Pubblicità progresso: abbandonate i chili di troppo non il vostro cane!

“Un cane può trovare, perfino nel più inutile di noi, qualcosa in cui credere. E.V.Lucas”

A differenza della prerogativa di cui godono quasi tutti i miei scritti (la stupidità), oggi voglio scrivere un post serio.
Non voglio farlo con parole mie, che risulterebbero inefficaci, ma con le sue. Quelle del Prof. Mainardi, che ricordo con affetto e stima.
Da “Il cane secondo me”:
…”Gli animali provano dei sentimenti?”.
Questo è il quesito che ci si è posti a scuola e in famiglia. Io e mio marito sosteniamo che gli animali (dotati di intelligenza quali scimmie, delfini, cavalli, cani, gatti ecc) possono provare dei sentimenti, mentre l’insegnante di nostro figlio ritiene che non avendo un’anima, gli animali sono incapaci di provare dei sentimenti.
Lei cosa ne pensa?”.

La lettera, così pacata ma insieme così sconvolgente, era ovviamente firmata e proveniva da una grande città del nostro Nord. Io, credo, o almeno spero, con la mia risposta di aver aiutato chi l’ha scritta, e soprattutto quel ragazzino di 9 anni e mezzo, a chiarire i loro dubbi.
Ciò che mi chiedo, e chiedo a tutti voi, è questo: è mai possibile che qualcuno, osservando il comportamento del proprio cane, possa avere dei dubbi sui suoi sentimenti, sulle sue capacità emotive?…
Eppure purtroppo, dobbiamo risponderci che sì, che è possibile, e ciò perchè noi esseri umani siamo così condizionati dalla nostra cultura , che non sempre è una buona cultura, e così, se fin da piccoli veniamo indottrinati in modo sbagliato, la forza di questo indottrinamento ingannatorio può renderci ciechi. Incapaci, cioè, di guardare i fenomeni della natura, e non solo della natura, con occhi attenti e mente aperta.”

Se siete arrivati alla fine, avete vinto un premio. Quale? Le sagge parole di Dànilo Mainardi.

Wenosky 🙂

Titolo efficace come una nutria da compagnia

Colpa della censura o delle scie chimiche? Sta di fatto che le nutrie si godono il sole di questo caldissimo giugno, cinicamente stese su qualche riva, indifferenti al buco dell’ozono, alle manie di un pazzo col parrucchino che vuole costruire muri a sud, allo “Ius soli” e alle melanzane alla parmigiana di zia Maria.  

Che poi, perché? Ma non è necessario rispondere. Oggi è dedicato al riposo, alle passeggiate nei parchi, all’abbronzatura e alle code. E voi? Cosa preferite fare di domenica? 

Comunque, la “musofobia” (fate lo sforzo di andare su Wikipedia) è un problema comune e questo ci tranquillizza! Metti fossimo in pochi! Le nutrie potrebbero venir usate al posto del cane da guardia. Anche se io penso che i cani non sono né da guardia né da guardia. Vi immaginate Azzurra, tutta bionda e curve con tette che se te le sbatte addosso vai diretto/a al pronto soccorso, uscire dal SUV di ultima fabbricazione con il similsorcio al giunzaglio? 

Immagine poco edificante, lo so. Ma cosa pretendete da me, in questo giorno che idddddio ha destinato al riposo? 

Va bene, adesso vado a fare una torta. Questi discorsi mi hanno dato il voltastomaco. Ma secondo voi, il burro di nutria è meno calorico del burro di vacca?

Wenosky 😉 

 

AFA A NORDEST

A volte il caldo fa brutti effetti ma l’afa nella asfaltata pianura padana ancora di più. Uno si chiede:”Vado al mare? Ma no, dai. Faccio un blog”. Ecco la breve storia triste di questo spazio virtuale. Cosa ne dite se vi scrivo la mia ricette della caponata? Non so cosa scrivere e vado sul sicuro. In un mondo di cuochi e padelle, il minimo che puoi fare è scrivere una ricetta. Comunque, non vi posso assicurare nulla. Nè continuità, nè consigli utili, nè idee supercalifrigide. In fondo, io non sono nessuno e neanche centomila. Il mio tempo lo riservo a sopravvivere, che di per se è già una bella cosa. Tra un tempo e l’altro scriverò qualche stupidata, giusto per arieggiare il clima. Voi potete scrivermi, però. Io vi risponderò appena mi siedo per respirare.

A presto. Wenosky 🙂